Mont Fréty

I ghiacciai del Mont Fréty
(Comune di Courmayeur –Valle d’Aosta-)

Dicembre 2006
A cura di Augusta Vittoria Cerutti

1) I nomi dei ghiacciai

Un tempo le creste, le vette ed i ghiacciai non avevano nomi propri; al più venivano denominati con  appellativi generici  come  “Les Gracières” che, nella cartografia dei secoli XVI e XVII, designano l’intero massiccio del Monte Bianco.
Nei secoli passati i toponimi venivano usati per i villaggi, per le  località coltivate, per le foreste, per i pascoli, per i valichi normalmente frequentati, vale a dire solo per il territorio su cui l’umanità viveva ed operava. Il resto della montagna non apparteneva al mondo degli uomini e pertanto restava senza nome.
La necessità di dare appellativi alla montagna altissima si presentò soltanto quando anche questa parte di territorio prese interesse per la ricerca scientifica e per  l’alpinismo: ciò accadde sul finire del XVIII secolo, ai tempi del De Saussure.
Lo svizzero Jules Guex, famoso studioso di toponomastica alpina, scrive in un suo lavoro del 1941: « Quando si studiano i toponimi alpini è bene non perdere di vista un assioma: in montagna i nomi “salgono”. La maggior parte delle cime poste al di sopra della zona dei pascoli ha ricevuto assai tardi la sua denominazione; molto spesso fu il nome originario del villaggio, dell’alpeggio, del torrente o della foresta, posti alle pendici di quelle cime che “salirono” ad appollaiarsi duemila metri più in alto».
Nella relazione di Philibert-Amédée Arnod, scritta nel 1691, di cui avremo occasione di occuparci più avanti, si trova l’espressione “Les Glaciers de Mont-Frety”. Gli studiosi di toponomastica alpina spiegano che “Frety indica un pascolo vicino a balze rocciose” (Pantaleo 1974). Ecco dunque la ragione per cui a Courmayeur con quel secolare toponimo si indicavano tutti i magri pascoli sovrastanti il villaggio di Entrèves che si spingevano fin sotto la grande barriera rocciosa della cresta spartiacque. I “Glaciers de Mont Frety “ erano quelli che scendevano a lambire quei pascoli. Il nome è rimasto al ghiacciaio posto più a oriente; gli altri, sono gli attuali ghiacciai del Colle del Gigante, di Toula e di Entrèves.
Il Ghiacciaio del Colle del Gigante prende nome dalla larga sella che si apre nella cresta spartiacque, fra le dorsali del Dente del Gigante a oriente e Punta Helbronner-Grand Flambeau a occidente; attraverso essa una massa glaciale transfluisce sul nostro versante pur restando unita all’ampio apparato del versante francese: il Glacier du Geant. Il nome venne coniato dallo scienziato ginevrino Horace Benedicte de Saussure che nel 1786, accompagnato dalle sue guide, si accampò ai suoi margini e per diciassette giorni condusse rilievi, misurazioni ed esperimenti scientifici in alta quota.
“Toula o Tola è il nome che in patois si dà a prati di forma rettangolare” spiega l’Abbé Henry, attento ricercatore in campo storico e naturalistico nella sua pubblicazione del 1941.
Michele Pataleo (1971) interpreta il nome del Ghiacciaio di Toula come derivato «dalla doppia serie di “toules” sita a valle della fronte e separata da una barriera rocciosa»
Il nome di Ghiacciaio di Entrèves è il tipico caso della denominazione di un villaggio di fondovalle “salita” in altitudine a designare l’omonimo ghiacciaio e anche la dorsale rocciosa che lo delimita a levante; su di essa si leva Il Torrione di Entrèves (m 3125) e più in alto l’Aiguille d’Entrèves (m 3600) che si innalza sulla cresta spartiacque.
Entrèves da entre = fra in franco-provenzale e da eve che in patois significa acqua, indica puntualmente la posizione geografica del villaggio che sorge alla confluenza delle Dore di Val Veny e di Val Ferret.


2) I ghiacciai in cifre: Tabella I


Fonti
* IGM Tavoletta Monte Bianco 1929 – Rigo: 5
* C.F. Capello, 1936. – Righi: 6 – 14 - 21
* Vanni, Origlia - De Gemini, 1953. Righi: 20 – 22
* Catasto Ghiacciai Italiani, 1961. Righi: 7 – 15 – 23
* F. Secchieri Catasto Ghiacciai e Nevi Perenni 1986. Righi: 16 - 24
* Assessorato al Territorio Valle d’ Aosta – 1998 Catasto Regionale Ghiacciai. Righi: 3 – 8 – 12 - 19
* Fondazione “Montagna Sicura”  Aggiornamento Catasto Regionale Ghiacciai su areofot.1999. Righi: 1 – 2 – 10 – 17 – 25
* Da Fotogrammi 1999. Righi: 4 – 9 - 13
* A. Fusinaz – Rilevamento Camp. Glaciologica 2006. Righi: 11- 18



3) Le caratteristiche dei ghiacciai

La morfologia del fianco sinistro della Val Veny e di quello destro della Val Ferret nella fascia più bassa, dal fondovalle fino all’altitudine di  2400 - 2450 m s.l.m., presentano pendenze molto accentuate.
Questo tratto dei versanti viene interpretato come la sponda dei trogoli glaciali in cui, durante il pleistocene – vale a dire fino a circa 10.000 anni fa – fluivano le grandi correnti glaciali che raccoglievano il tributo degli apparati del massiccio. Il lavoro erosivo di queste masse di ghiaccio, che avevano spessori di mille e più metri, spiega la grande ripidità dei fianchi vallivi a valle dei 2400 m s.l.m.
A monte di questa quota il pendio si attenua e si aprono quegli anfiteatri rocciosi, che nel linguaggio scientifico vengono detti “circhi”. Le loro pareti culminano nell’altissima cresta spartiacque che si raccorda alla vetta del Monte Bianco. Tutti i circhi sono occupati da ghiacciai di dimensioni e di caratteri diversi.
I ghiacciai del Mont Fréty sono posti al centro del versante italiano della Catena del Monte Bianco; essi si sviluppano all’interno dei propri circhi e mancano di lunghe lingue vallive; pertanto sono classificati come ghiacciai “Montani”.
Entrèves e Toula tributano le loro acque al Torrente Brenva e questo alla Dora di Val Veny; Colle del Gigante e Mont Fréty, mandano il loro deflusso al torrente Prà Moulin e questo alla Dora di Val Ferret.
Il ghiacciaio di Entrèves si forma ai piedi del Colle omonimo ad una quota di circa 3300 metri. Scende lungo un ripido canalone, largo mediamente 400 metri, incassato fra la grande dorsale di destra che si dirama dalla Tour Ronde (m 3798) e quella più modesta di sinistra che prende origine dall’Anguille d’Entrèves (m 3604). Dagli aerofotogrammi ripresi nell’estate del 1999 la fronte del ghiacciaio risultava giungere a 2690 m s.l.m. ed esso risultava avere una lunghezza di 1040 metri ed una superficie di circa 22 ettari (cfr Tab. I , righi: 10, 17, 25).
Il ghiacciaio di Toula si adagia in un circo glaciale largo poco meno di 1000 metri, delimitato a occidente dalla cresta che scende dall’Anguille d’Entrèves (m 3604), a nord dalla cresta spartiacque su cui si ergono L’Aiguille di Toula ( m 3537) e il Gran Flambeau (m 3565); a oriente, dalla dorsale che scende verso sud da quest’ultimo e si innalza nella Punta Helbronner (m 3455). A valle  di quota 2900 il ghiacciaio attualmente si stringe: sulla destra, sotto il Torrione di Entrèves lascia scoperte imponenti balze di rocce montonate; sulla sinistra forma una lingua larga non più di 200 metri che nel 1999 portava la fronte, inquinata da abbondante detrito morenico a quota 2680. Dal rilevamento aereofotogrammetrico del 1999, la sua lunghezza  risultava di 1363 m, la sua superficie di ettari 68,5 ( cfr Tab I; righi 10,17,25).

Il Ghiacciaio del Colle del Gigante è una lingua di transfluenza del grande Glacier du Geant che si estende sul versante francese. Essa si riversa sul versante italiano attraverso l’ampia sella aperta nella cresta spartiacque fra le dorsali rocciose che scendono da Punta Helbronner a occidente e dal Dente del Gigante a oriente.
Si tratta di un apparato piuttosto singolare che ha dimensioni modeste: dal rilevamento aereofotogrammetrico 1999 risulta avere una lunghezza di 467 metri una superficie di appena 9 ettari ( cfr Tabella I; righi 17- 24). La lingua pensile si protende a mo’ di cascata di seracchi dalla sella sulle sottostanti ripidissime pareti rocciose, fino a quota 3050 m. Dalla tabella I risulta che questa quota è sorprendentemente costante attraverso i decenni malgrado l’alternarsi di fasi di espansione e di contrazione. Questa anomalia è dovuta al fatto che la parete presenta un settore strapiombante raggiunto il quale la cascata di seracchi, per mancanza di appoggio si frantuma e cade. A causa di questa morfologia tutta la breve lingua glaciale si contiene a monte del limite climatico delle nevi perenni e di conseguenza il ghiacciaio è privo di bacino dissipatore e di torrente di scarico. Le coltri nivo-glaciali che di anno in anno si accumulano nella parte più alta  vengono smaltite con valanghe di ghiaccio che crollano a valle. Si tratta quindi di piccole valanghe di ghiaccio del tutto fisiologiche al dinamismo di questo ghiacciaio. Ben diversi sarebbero eventuali crolli determinati da altri fattori quali, per esempio, lo “scollamento” di parte della lingua glaciale dalle rocce sottostanti a causa di un drastico aumento della temperatura in alta quota o di una sovrabbondante alimentazione. Qualche cosa del genere avvenne il 21 agosto 1966 quando ebbe luogo una eccezionale caduta di seracchi le cui deiezione si riversarono sul ghiacciaio di Mont Fréty; una parte di esse però superò il ghiacciaio e si riversò nel bacino del torrente Prà Moulin ove, alla quota di 1800 metri, originò un piccolo ghiacciaio rigenerato che malgrado la bassa quota perdurò fino all’autunno.

Il ghiacciaio di Mont Fréty propriamente detto occupa un circo sottostante al Ghiacciaio del Colle del Gigante; per molti aspetti presenta forti anomalie. La più importante sta nel fatto che avendo il suo margine superiore all’altitudine di 2900 metri, quindi sotto l’attuale limite climatico delle nevi persistenti, manca di bacino di alimentazione. La sua esistenza è dovuta esclusivamente agli apporti delle numerose valanghe primaverili che riceve e delle frequenti cadute di ghiaccio provenienti dal ghiacciaio del Colle del Gigante. Se quest’ultimo è come abbiamo visto un bacino di alimentazione privo di dissipatore, il Mont Fréty è un bacino dissipatore senza alimentazione diretta: i due ghiacciai sono quindi complementari come due parti di uno stesso apparato ma sono due unità che in tempi storici sono sempre rimaste separate. La ripidità e l’altezza delle pareti rocciose sottostanti la cascata di seracchi del Colle del Gigante ha sempre impedito la formazione di una linea di lizza che desse modo alle due masse glaciali di saldarsi insieme, anche nei periodi di massima espansione della Piccola Età Glaciale. Questo fatto è testimoniato dalle carte topografiche del secolo XIX e particolarmente dalla carta al 50.000 dello Stato Maggiore Sardo rilevata nel 1857 e quella al 40.000 del capitano di Stato Maggiore Francese Mieulet rilevata nel 1863. Ambedue risalgono ad anni vicinissimi al culmine dell’ ultima espansione della Piccola Età Glaciale ed in entrambe il ghiacciaio è rappresentato come un piccolo triangolo che, dal vasto bacino glaciale del versante nord, sporge verso il sud, ma non giunge a contatto con il vicino ghiacciaio del Mont Fréty. Attualmente fra i due ghiacciai si frappone una fascia di rocce alta poco meno di 200 metri.

4) Gli apparati morenici

Nel passato i ghiacciai del Mont Fréty erano assai più estesi: lo testimoniano le grandi morene deposte fra il 1600 e il 1860, i secoli della Piccola Età Glaciale (P.E.G.).
L’espansione, culminata attorno al 1860, apportò l’ultimo ritocco alle grandi morene storiche presenti sul terreno a valle delle fronti dei ghiacciai attuali; esse furono però formate da più ampie espansioni che precedettero quella della metà del sec XIX. Le maggiori furono quelle che culminarono fra il 1640 e il 1644 e fra il 1818 e il 1820.
In destra idrografica del bacino del ghiacciaio di Entrèves una grande morena laterale di vecchia formazione si appoggia, a valle di quota 2600, alle pareti rocciose che fanno da sponda al canalone; la morena si sviluppa poi in direzione sud-sud est verso la Val Veny per una lunghezza di circa 150 metri fino all’altitudine di circa 2530 m ove si affaccia sulla soglia delle balze rocciose del gradino vallivo. Assai più appariscente è la morena storica deposta in sinistra idrografica che si appoggia all’estremità della cresta rocciosa che divide il bacino di Entrèves da quello di Toula (q. 2587) e ne prolunga direzione e funzione fino a quota 2450 ove si apre l’impluvio del torrente Brenva e il versante si fa troppo ripido per permettere la stabilizzazione del detrito morenico. Questa grande morena venne formata dall’apporto detritico del ghiacciaio di Entrèves sulla destra e di quello di Toula sulla sinistra: ciò spiega la sua posizione e la sua ragguardevole mole.
Il bacino di Entrèves, oltre alle morene storiche di destra e di sinistra, presenta anche due nettissimi cordoni di morena frontale, fra la quota 2520 e 2530 m s.l.m., paralleli fra loro, assai ravvicinati e lunghi un centinaio di metri. Si tratta di tronconi di archi frontali molto probabilmente formati dall’espansione del 1911-22 e più recentemente tagliati tanto a destra quanto a sinistra dall’erosione dei torrenti sub-glaciali.
La grande morena storica che divide i bacini dei due ghiacciai si raccorda a monte con la più recente morena laterale destra del ghiacciaio di Toula. Essa si appoggia a quota 2700 alla base del Torrione d’Entrèves e si sviluppa per una lunghezza di 300 metri verso sud-sud-est, parallelamente al contrafforte roccioso, fino a congiungersi con la formazione morenica precedentemente descritta.
Sulla sinistra idrografica del ghiacciaio di Toula vi è una imponente  costruzione morenica alta una trentina di metri, con una linea di cresta che si prolunga per ben 600 metri. Essa prende origine a quota 2800, alla base sud-orientale del contrafforte roccioso che scende dal Punta Helbronner e si spinge verso la Val Veny fin  alla soglia del gradino vallivo ove viene interessata dall’impluvio di un tributario del torrente Brenva
All’interno di questa grande morena storica vi è un poderoso cordone, più recente e meno elevato; a quota 2530 si raccorda con un arco di morena frontale assai meno poderoso della morena laterale, ma nettamente individuabile anche sulle foto aeree. E’ evidente che si tratta di una morena “di spinta” formata dalla fronte glaciale che in una potente espansione agiva come un gigantesco “caterpillar” raccogliendo e sospingendo a valle i materiali detritici che incontrava nella sua progressione. L’arco, cingendo un breve pianoro, si stende  quasi orizzontalmente, per una lunghezza di circa 400 metri fino ad appoggiarsi ad una emergenza rocciosa a quota 2533 che delimita l’impluvio di un ramo del torrente Brenva. Esso dista dall’attuale fronte circa 400 metri. Molto probabilmente è da ricollegarsi con l’espansione culminata fra il 1921 e 1922.
Più in alto, a una quota di poco inferiore ai 2600 metri, vi è un altro arco frontale praticamente parallelo al primo, meno alto e meglio conservato. Deriva da un cordone di morena laterale sinistra, più interno dei precedenti, che a quota 2600 si piega verso occidente assumendo l’aspetto di arco frontale. Esso si sviluppa fra le quota 2570 e 2600 fino ad appoggiarsi alle rocce levigate sottostanti la zona destra del ghiacciaio (dista dalla fronte attuale circa 250 metri) ed è stato deposto durante l’espansione culminata nel 1986, quando la fronte aveva assunto una larghezza superiore ai 350 metri e il lembo più a valle si era spinto all’altitudine di 2570 m s.l.m. (cfr Campagna glaciologica 1986 – operatrice Augusta Cerutti).

La lingua pensile del Ghiacciaio del Gigante è ovviamente priva di apparato morenico. Questo invece è presente e ben sviluppato nel bacino del ghiacciaio di Mont Frety ove a destra e a sinistra appaiono due importanti morene laterali storiche lunghe circa trecento metri che si spingono fino a quota 2300 sulle ripidissime sponde  dell’impluvio del torrente Prà-Moulin. Nell’apparato però non si evidenziano archi di morena frontale.


5) I Ghiacciai del Mont Fréty prima e durante la “Piccola età glaciale”

La prima notizia di questi ghiacciai risale al 1689. In quell’anno era a Courmayeur il nobiluomo Philibert-Amédée Arnod che aveva avuto l’incarico dal governatore del ducato di Aosta, il marchese di Marolles, di preparare una relazione sui valichi valdostani di interesse strategico. Per svolgere diligentemente il suo incarico Arnod aveva perlustrato attentamente le valli Veny e Ferret, era salito al colle della Seigne e al Gran Ferret, nonché ai valichi che si aprono nelle dorsali montuose che separano il bacino di Courmayeur dalla valle di La Thuile e da quella del Gran San Bernardo.
Il versante costituito dalla altissime creste del Monte Bianco era stato da lui giudicato del tutto inaccessibile ma la gente del posto lo aveva informato che un tempo, secondo quanto tramandato da padre in figlio, “l’on prenait à droitture d’Entrèves par dessous les glaciers de Mont-Fréty pour descendre en Chamomix”.
Anche a Chamonix era rimasta memoria di una via per Courmayeur attraverso quella che ora chiamiamo Vallée Blanche. La raccolse ancora nel 1787 lo svizzero C.F. Exchaquet che ne parla nelle sue lettere aggiungendo che gli era stato riferito che “il passaggio era diventato impraticabile a causa dell’aumento dei ghiacciai”.
Questa alta via fra Courmayeur e Chamonix appare documentata da molte carte del XVII e XVIII secolo le quali, sul passo da essa valicato, pongono il toponimo latino Col Major, vale a dire il Colle più alto. Le antiche carte lo rappresentano nella posizione dell’attuale Colle del Gigante che con la sua altitudine di 3354 metri rende largamente ragione dell’antico nome latino.
La testimonianza raccolta da Arnod aveva quindi seri fondamenti ed egli volle verificare di persona la fruibilità del misterioso, arduo passaggio. Racconta nel suo Recit datato 1691: “J’ai pris trois bons chasseurs, en 1689, avec des grappins aux pieds, des hachons et des crocs de fer à la main pour se faire pas sur la glace. Il n’y eut pourtant jamais moyen de pouvoir monter a cause des grandes crevasses et interruptions qui se sont faits depuis bien d’années”.
Questo brano documenta lo stato dei ghiacciai del Mont Fréty qualche decennio dopo la grande espansione del 1644: gonfi, crepacciati, insuperabili. Al tempo stesso però ci fa sapere  che non doveva essere sempre stato così (grandes crevasses et interruptios qui se sont faits  depuis bien d’années) confermando in questo modo la memoria della antica alta via frequentata un tempo forse anche da carovane someggiate.
Il periodo feudale fu l’età dell’oro e dei traffici transalpini perché coincise con quasi otto secoli di optimum climatico. Forse allora i ghiacciai del Mont Fréty non esistevano o erano dei glacio-nevati di facile attraversamento come avveniva per altre alte vie quali quelle del Colle del Teodulo (m 3313) del Colle di Rhêmes, (3097) di quello di Galisia (m 3003).
Nella seconda metà del secolo XVI sopravvenne la variazione climatica fredda e nevosa, non a caso denominata Piccola Età Glaciale (PEG) in quanto i ricercatori l’hanno riconosciuta come il più duro “Pessimum” degli ultimi 2500 anni. Di conseguenza i ghiacciai fra il 1550  e il 1860  ebbero le massime espansioni registrate in tempi storici.
In estate, quando da un punto panoramico osserviamo la catena del Monte Bianco, notiamo a valle delle morene dei ghiacciai del Mont Fréty una larga fascia in cui il manto erboso ha una colorazione meno intensa rispetto ai sui pendii sottostanti. Nelle fotografie in bianco e nero degli inizi del secolo XX questo limite  è nettamente evidenziato (cfr fig. 7): esso corre fra i 2350 e i 2400 m di altitudine. Si tratta della fascia di territorio che gli apparati glaciali hanno abbandonato solo nella seconda metà del XIX secolo e quindi solo recentemente conquistata dalla vegetazione erbacea.
La presenza visiva di questo limite non lascia dubbi sull’entità delle masse glaciali durante la PEG. Le grandi morene storiche che abbiamo descritto delimitavano lateralmente le possenti correnti glaciali. Tutte spingono la loro estremità inferiore sulla soglia del gradino vallivo ad altitudini che si aggirano attorno a 2450 m s.l.m. Quella quota segna la discontinuità di pendio: a valle di essa la ripidità del versante si fa tale da non permettere più la stabilizzazione del detrito morenico. E’ perciò probabile che al culmine delle maggiori espansioni, le correnti glaciali si prolungassero almeno di un centinaio di metri più a valle formando grandiose cascate di seracchi che dovevano ricoprire il versante fin dove ora vediamo variare l’aspetto del tappeto erboso. Sacco, nel suo lavoro del 1919, riferisce quanto affermava, in uno scritto del 1884, il glaciologo dott. Virgilio: “Secondo le guide di Courmayeur ancora verso il 1863 i ghiacciai di Entrèves e di Toula  erano sviluppati al punto di formare in corrispondenza degli scaglioni rocciosi oggidì scoperti e levigati, cascate di ghiaccio i cui massi precipitavano sui sottostanti pascoli”.
La testimonianza delle vecchie guide di Courmayeur è in parte nettamente confermata dalle carte topografiche rilevate nel corso dell’ultima espansione della PEG. Si tratta della carta alla scala 1:50.000 dello Stato Maggiore Sardo, di cui il foglio Monte Bianco venne rilevato nel 1857, e di quella intitolata Le Massif du Mont Blanc  alla scala  1:40.000 rilevata nel 1863 dal Mieulet, capitano dello stato maggiore francese. In entrambe le cartografie i ghiacciai di Entrèves e di Toula appaiono lunghi poco meno di 2000 metri con la fronte molto larga affacciata sul ripidissimo fianco vallivo.
Il ghiacciaio del Gigante è rappresentato come una piccola lingua transfluente sul versante meridionale attraverso il colle omonimo, sorretta e separata dal sottostante ghiacciaio di Mont Fréty propriamente detto da alte pareti di roccia.
Quest’ultimo appare lungo circa 1000 metri e protende la sua fronte sulla soglia del ripidissimo impluvio del torrente Prà Moulin. Durante la PEG il dinamismo del ghiacciaio di Mont Fréty doveva essere ben più vivace di quello di oggi giorno. Diverse testimonianze ci fanno pensare che ancora nella prima metà del XIX secolo il limite climatico delle nevi perenni fosse assestato attorno a quota 2600. In queste condizioni la parte alta del ghiacciaio doveva fungere da bacino di accumulo e quindi dare all’apparato la vitalità testimoniata dalle sue lunghe e potenti morene storiche.
Gli esperti dell’Assessorato Regionale del Territorio che si occuparono della redazione del Catasto dei ghiacciai valdostani valutarono anche i possibili parametri che gli apparati avrebbero raggiunto nell’espansione del 1820. Essi dichiarano che tali parametri “provengono dalla ricostruzione dei singoli ghiacciai da foto aerea (volo 1991) e dalla  cartografia a grande scala dell’ufficio cartografico regionale”.
Si tratta di una ricerca di grandissimo interesse. Nel presente lavoro abbiamo raccolto i dati prodotti nella tabella I ai righi 3 – 12 - 18: essi ci permettono di apprezzare l’ordine di grandezza della massima espansione storica e di conseguenza di cogliere l’entità delle successive variazioni. Tuttavia abbiamo ritenuto opportuno aggiungere alla relative voci il termine di “presunto” in quanto l’esame condotto in queste pagine ci porterebbe a valutazioni alquanto diverse, soprattutto per il ghiacciaio di Toula. Da quanto risulta sul terreno la massima espansione di questo ghiacciaio deve aver portato la sua fronte ad una quota assai inferiore ai 2470 m dichiarata dal Catasto dei ghiacciai valdostani. Ne consegue che lunghezza e area calcolate su quei limiti, risultano in difetto nei confronti di una valutazione realistica. (cfr Tabella I, righi 3 –12 – 19).
Per i ghiacciai del Colle del Gigante e del Mont Fréty non è possibile utilizzare i dati risultanti dalla ricerca in quanto questa è stata condotta come se le due unità fossero un unico apparato. I rilevatori, evidentemente sono stati tratti in inganno da un errore cartografico in quanto dichiarano che “in base alla cartografia RAVA 1975  il ghiacciaio del Colle del Gigante risulta unito con il ghiacciaio del Mont Fréty”. Nelle pagine precedenti abbiamo già chiarito che i due ghiacciai, pur complementari hanno sempre avuto una loro totale indipendenza anche durante le massime espansione della PEG.

6) Clima e ghiacciai dopo la conclusione della P.E.G.

La antiche carte topografiche e la grandiosità degli apparati morenici storici presenti sul terreno, testimoniano che i ghiacciai del Mont Fréty durante la Piccola Età Glaciale avevano superfici quasi doppie a quelle attuali (cfr Tab I; rigo 26). E’ quindi facilmente immaginabile quanto sia mutato il paesaggio dell’alta montagna in questo arco di tempo.
Tuttavia la riduzione delle superfici glaciali non avvenne con regolare continuità ma con un susseguirsi di fasi di crescita e di decrescita strettamente legate alle variazioni climatiche, le quali, dopo il 1860, non presentarono più temperature tanto basse quanto quelle che avevano caratterizzato i tre secoli precedenti.
I dati raccolti dall’ Osservatorio  Meteorologico dell’Ospizio del Gran San Bernardo ci permettono di seguire l’evoluzione del clima fin dai primi decenni del secolo XIX.
La stazione infatti è una delle più antiche; essa entrò in funzione nel 1818 ed è quindi in grado di fornire una serie di lungo periodo che ben si accorda con le osservazioni glaciologiche. Essendo ad una quota di 2446 m s.l.m. e ad una distanza dalla Catena del Monte Bianco inferiore ai 20 km in linea d’aria, fornisce dati particolarmente significativi per lo studio del comportamento dei ghiacciai del Massiccio. L’elaborazione di questi dati, in parte pubblicati da B. Janin nel suo lavoro del 1970 in parte gentilmente fornitici dall’ Istituto Federale Svizzero di Meteorologia e Climatologia, ci ha permesso di evidenziare le varie fasi climatiche che si sono succedute negli ultimi due secoli.
La tabella II espone sinteticamente i risultati di questo studio e li accosta alla periodizzazione delle conseguenti fasi di espansione e di contrazione glaciale.
Il confronto fra fasi climatiche e fasi glaciali mette in evidenza che l’espansione degli apparati si manifesta di solito solo sette o otto anni dopo l’inizio delle fasi climatiche favorevoli al glacialismo in quanto più o meno questo è il tempo necessario alle coltri nevose per trasformarsi in ghiaccio compatto ed impermeabile.
Assai più breve invece è il tempo di risposta alle fasi climatiche sfavorevoli al glacialismo. Quando alle alte quote la temperatura sale tanto da compromettere la formazione di nuovi volumi di ghiaccio, l’alimentazione degli apparati si impoverisce e contemporaneamente essi vengono aggrediti da un intenso processo di fusione. Una situazione di questo genere già nell’arco di due o tre anni provoca processi di contrazione delle coltri glaciali.


7) Le variazioni climatiche e dei ghiacciai del Mont Fréty dal 1860 al 1960

I bacini di alimentazione dei ghiacciai del Mont Fréty hanno il loro limite superiore a quote relativamente modeste; il più elevato è quello del Toula che raggiunge appena i 3440 m s.l.m. Le coltri nevose che si possono accumulare in bacini di questo genere e di conseguenza il ghiaccio alimentatore che in essi si può formare, sono in quantità più limitata di quella dei bacini più ampi ed elevati come quelli del Miage, della Brenva e di altri ghiacciai del Monte Bianco. Le variazioni di lunghezza che si constatano nei ghiacciai del Mont Fréty sono perciò meno vistose di quelle che hanno luogo sui grandi ghiacciai; dal 1820 ad oggi la riduzione di lunghezza è di 821 metri per il ghiacciaio di Toula e di 547 per Toula mentre è di circa 1500 metri per i ghiacciai di Lex Blanche e Pré de Bard.
Conclusasi con l’espansione culminata nel 1860 il lungo periodo freddo della PEG, subentrò una fase di notevole riscaldamento climatico. All’osservatorio del Gran San Bernardo la temperatura media annua che nella prima metà del XIX secolo era stata  di – 1,9 °C, si innalzò a –1,4 °C, aumento assai sensibile e accompagnato da una drastica diminuzione delle nevicate. Il fatto causò una severa contrazione delle masse glaciali.
La carte topografica rilevata dall’ Istituto Geografico Militare nel 1882 e pubblicata nel 1888, circa vent’anni dopo l’inizio della fase di contrazione, mostra i nostri ghiacciai assai meno lunghi di come apparivano sulla Carta dello Stato Maggiore Sardo. Sacco (1919) nota che fra il rilevamento 1857 e quello 1882 il ghiacciaio di Mont Fréty risulta aver perduto una lunghezza di 200 metri; quello di Toula addirittura 400. Lo stesso autore mette in luce che in una fotografia del 1878 il Ghiacciaio di Entrèves appare tanto arretrato da essere tutto contenuto nella sua stretta valle rocciosa mentre vent’anni prima la fronte scendeva almeno 300 metri sotto lo sbocco della stessa.
Dopo il 1875 il clima si fa più favorevole al glacialismo e i ghiacciai nel 1878 passano in un a fase di moderata espansione che durerà un ventennio.
Una fotografia del 1899 ritrae il ghiacciaio di Entrèves nuovamente con la fronte apiù avanzata rispetto allo sbocco della valle in cui alloggia, ben sviluppato e in evidente fase di espansione.
Sempre nella memoria di Sacco (1919), viene riferito quanto osservò nel 1898 il Prof. Porro recatosi al ghiacciaio di Toula: “Davanti alla fronte di questo ghiacciaio si andava allora formando un cordone di morena frontale disposto ad arco regolare che verso sinistra si appoggiava al ghiaccio vivo; la fronte era molto larga, alta quasi 20 metri e molto crepacciata”.
Questa fase di espansione si interruppe agli inizi del XX secolo a seguito di un nuovo aumento delle temperatura media annua.
Il prof. Revelli nel 1910 constatò un regresso di 35 metri della fronte del ghiacciaio di Entrèves rispetto alla misure effettuate nel 1904 e di “parecchi decametri” nello stesso periodo per quella di Toula. In tutti e due i ghiacciai notò però la presenza di due fronti: una inferiore con caratteri di fronte morta (per il ghiacciaio di Toula era a quota 2650) ed una superiore che “terminava con una parete di ghiaccio alta in qualche tratto più di 15 metri”. Questo aspetto delle fronti era dovuta all’avanzare di una massa glaciale di più recente formazione sul sottostante “ghiaccio vecchio”: i ghiacciai dunque erano in inversione di fase.
Fin dal 1905 i dati dell’osservatorio del Gran San Bernardo mettono in luce l’affermarsi di un clima più freddo e nevoso. La nuova ricca massa di ghiaccio che nel 1910 Revelli osserva scendere verso le vecchie fronti dei due ghiacciai è il prodotto di quella situazione climatica favorevole al glacialismo allora già in atto da cinque anni.
Revelli tornò a far visita ai due ghiacciai l’anno seguente; nel 1911 notò indiscutibili segni di espansione: la “fronte morta “ del ghiacciaio di Entrèves di era gonfiata ed era avanzata circa 6 metri; quella di Toula, nel settore sinistro, aveva avuto “un progresso di 12-15 metri”.
Erano i prodromi della notevole espansione che caratterizzò il decennio 1911-1921.
Così la documenta Sacco (1919): “Nell’agosto del 1917 la fronte del ghiacciaio di Entrèves mostrò di essere alquanto progredita rispetto all’anno precedente e più ancora nel 1918. La fronte del ghiacciaio di Toula  nel 1917 si era notevolmente avanzata quasi raggiungendo il suo cerchio morenico anteriore”. Si trattava dell’arco di morena frontale che Porro aveva visto in formazione nel 1898. Con l’inversione di fase negli anni successivi la fronte si era arretrata da quella posizione di “un buon centinaio di metri”. Continua poi Sacco “il 12 luglio 1918 esaminando il ghiacciaio di Toula poter constatare che per l’avvenuto suo sviluppo ed avanzamento notevole, la parte estrema dello sperone roccioso di destra, che negli anni antecedenti si stendeva liberamente dal fianco vallivo alla parte inferiore del ghiacciaio, era ridiventato uno spuntone isolato in mezzo al ghiacciaio”.
Per il ghiacciaio del Gigante e quello di Mont Fréty notava: “La lingua pensile del primo si presentava potente, molto crepacciata con evidenti segni di accrescimento rispetto agli anni precedenti tanto da scaricare abbondante materiale sul soggiacente ghiacciaio di Mont Fréty formandovi una specie di ventaglio di detriti. Quest’ultimo presentava la fronte inquinata da materiale morenico ma molto ingrossata e potente”.
La fase espansiva perdurò fino al 1921-22; le potenti fronti in avanzata sospingevano a valle il materiale morenico che incontravano nella loro espansione fino a formare, davanti a loro, archi di spinta di grandi dimensioni.
Nel 1917 la fronte di Toula - secondo la citata testimonianza di Sacco - raggiunse l’arco morenico deposto nella precedente espansione e negli anni successivi, arricchendolo di ulteriore materiale detritico, lo sospinse più a valle fino a quota 2530 ove è ancora oggi chiaramente individuabile sul terreno (cfr Tab I rigo 4). La sua posizione ci permette di valutare la discesa del margine inferiore del ghiacciaio di Toula: fra il 1910, quando Revelli trovò la “fronte morta” a quota 2650, e il 1922, anno in cui si esaurì la spinta espansiva , la fronte era scese altimetricamente di 120 metri, il che corrisponde sul terreno ad un allungamento dell’apparato di quasi quattrocento metri.
Non molto diverso deve essere stato il progresso del ghiacciaio di Entrèves visto che nel 1910 Revelli aveva trovato la fronte avanzante a quota 2620 mentre l’arco morenico che essa sospinse nel decennio successivo venne deposto alla quota di 2530  ove rimangono tutt’ora i tronconi risparmiati dall’erosione dei torrenti proglaciali (cfr Tab I rigo 4).
Nessuna traccia di espansione è leggibile sul ghiacciaio del Gigante il quale, essendo sospeso, per quanto grande possa essere stato il suo sviluppo, continuò sempre a smaltire la ricca alimentazione con valanghe di ghiaccio.
Il Ghiacciaio di Mont Fréty, meglio alimentato da queste frequenti valanghe, divenne come osserva Sacco “più grosso e potente”. Tuttavia, essendo un rigenerato, molto probabilmente non ebbe l’energia necessaria per sospingere il materiale morenico in modo da formare un arco frontale. Inoltre tutta la zona sottostante al ghiacciaio è drenata da numerosi ripidi torrenti che possono aver cancellato eventuali tracce di cordoni frontali. Mancando di questo elemento e di puntuali misure, in questo ghiacciaio non è possibile valutare l’entità dell’espansione di questi anni.
Una cosa è certa: in tutti i ghiacciai del Monte Bianco la fase espansiva che ebbe luogo fra il 1911 e il 1921, pur essendo stata breve, fu quella più pronunciata dopo la fine della Piccola Età Glaciale, la sola che spinse le fronti più a valle delle espansioni precedenti e che, di conseguenza, formò in molti ghiacciai archi frontali di spinta di ingenti dimensioni.
Nel 1929 l’Istituto Geografico Militare procedette ad un nuovo accurato rilevamento topografico del territorio nazionale: «Le nuovissime tavolette alla scala 1:25.000 “MonteBianco” e “ La Vachey” -scrive il prof. Luigi Peretti sul Bollettino del 1931- rivedute ed in parte rilevate ex novo stereototograficamente, per precisione, ricchezza di particolari ed efficacia rappresentativa costituiscono ormai la messa a punto cartografica tanto desiderata e nell’insieme insuperabile; su di essa potranno innestarsi nel tempo futuro rilevamenti di dettaglio».
L’auspicio non tardò a realizzarsi. Nel 1936 il Prof. Carlo Felice Capello che dal 1929 aveva assunto l’incarico di monitorare i ghiacciai del Monte Bianco, basandosi sulla cartografia IGM 1929 e sulle osservazioni personali condotte durante le annuali campagne, pubblicò sul Bollettino del Comitato glaciologico una fondamentale memoria: “La glaciazione attuale sul Massiccio del Monte Bianco: Caratteri morfologici e morfometrici dei ghiacciai del versante italiano”.
In essa ogni ghiacciaio viene minutamente descritto e di ciascuno vengono esposti i valori metrici delle quote, delle lunghezze e delle aree. Questi dati relativi ai ghiacciai del M. Fréty, sono stati riportati nella Tabella I ai righi 6 –14 – 21. Vengono poi esaminati i caratteri morfologici, la loro esposizione, la distribuzione altimetrica delle aree glaciali, il limite climatico delle nevi permanenti. Quest’ultimo, per i ghiacciai del Mont Fréty, in quegli anni risulta essere attorno a quota 3100.
E’ bene tenere presente che questa importante ricerca venne condotta in un periodo di contrazione degli apparati glaciali con inizio ben tredici anni prima a seguito di una fase climatica caratterizzata da temperature medie annue piuttosto elevate (cfr Tab. II).
Nel 1935 i ghiacciai di Entrèves, Toula e Mont Fréty presentavano il tipico aspetto degli apparati in rapido ritiro. Scrive Capello: “Enormi cumuli di ghiaccio morto, interamente sepolti sotto il detrito morenico, fronteggiano gran parte delle linee marginali inferiori“. Essi avevano già fatto registrare notevoli perdite volumetriche e lineari nei confronti delle misure effettuate nel 1921. (cfr Tab I, righi 14 – 21). Il margine inferiore del ghiacciaio di Entrèves, secondo il rilevamento di Capello, risulta ad una altimetria di 25 metri superiore a quella dell’arco di morena frontale della precedente espansione e dista da essa circa 100 metri, quello del ghiacciaio di Toula, ha una quota di 50 metri superiore alla morena di spinta costruita tredici anni prima e si trova 130 metri a monte di quest’ultima.
In quegli anni però si stava preparando se non una vera e propria inversione di tendenza, almeno un breve periodo di pausa nella rapida contrazione degli apparati glaciali: per sei anni -dal 1935 al 1941- le temperature si abbassarono notevolmente e la nevosità aumentò notevolmente (cfr Tab II).
Dal 1939 si nota su tutto l’arco alpino che circa il 10% dei ghiacciai monitorati si presentano stazionari e il 20% addirittura in progresso. Si tratta per lo più di ghiacciai di circo i quali, a causa della loro elevata altitudine media, rispondono precocemente alle variazioni del clima. Scrive Capello nella relazione della Campagna glaciologica 1941 al Monte Bianco: “Per i ghiacciai le cui fronti non scendono sotto i 2000 metri di altitudine si è osservata in generale la presenza al loro margine terminale di molte conoidi di ghiaccio provenienti da seracchi caduti, presenti in luoghi ove non erano mai state viste negli anni precedenti. E’ interessante seguire l’evoluzione di queste conoidi di ghiaccio le quali, io credo possano costituire un prezioso indizio dell’inversione di fase”.
Purtroppo non abbiamo notizie specifiche sul comportamento dei ghiacciai del Mont Fréty in questa breve fase favorevole al glacialismo. Molto probabilmente essi in quegli anni furono in progresso.
A cominciare dal 1942 la temperatura annua si innalza nuovamente e in modo assai incisivo portandosi per la prima volta dal 1818 a –0,8 °C (cfr Tab II). Le conseguenze sugli apparati glaciali sono molto gravi: la contrazione riprende e si accentua considerevolmente.
Lo stato dei ghiacciai nel corso degli anni ’50 è documentato da due importanti lavori: la memoria I ghiacciai della Valle d’Aosta pubblicata nel 1953 a cura di Vanni -Origlia- De Gemini (cfr Tab I, rigo 20 e 22 ) e Il catasto dei Ghiacciai Italiani redatto dal Comitato Glaciologico Italiano in occasione dell’anno geofisico 1957-58 (cfr Tabella I; rigo 7, 15, 23). Ovviamente tutti e due i lavori mettono in luce una importante riduzione di area e di lunghezza degli apparati, eccezion fatta per quello del Ghiacciaio del Gigante che, date le sue caratteristiche di ghiacciaio pensile, privo di bacino dissipatore, resta più o meno sempre delle stesse proporzioni, peraltro difficili da valutare prima dell’ausilio della fotogrammetria.
Dai suddetti lavori si traggono le seguenti conclusioni:
* la fronte del ghiacciaio di Entrèves fra il 1935 (dati Capello pubblicati nel 1936) al 1958 si è spostata da quota 2555 a 2650; l’apparato ha perduto una superficie di 4 ettari e una lunghezza di 200 metri. Dalla morena di spinta del 1921 il margine inferiore, nel 1958, dista circa 300 m;
* la fronte del ghiacciaio di Toula si è altimetricamente innalzata da quota 2570 a 2690. L’apparato si è ridotto di 4 ettari di superficie e di 200 m in lunghezza. La posizione 1958 del margine inferiore è 360 metri a monte dell’arco morenico frontale deposto nel 1921;
* la fronte del ghiacciaio di Mont Fréty si è portata da quota 2580 a 2650. L’apparto si è ridotto di 3 ettari di superficie.

8) La fase di espansione 1961-1986

Sul Bollettino del Comitato Glaciologico Italiano 1961, il Prof Vanni, presentando una sintesi della campagna glaciologica condotta su tutte le Alpi italiane, scrive:”Nel 1960, su 101 ghiacciai osservati, ben 25 si presentarono innevati nella regione frontale, in modo da non distinguerne i limiti. In questa campagna si constata la più bassa percentuale di ghiacciai in sicuro regresso da 35 anni a questa parte. Ciò confermerebbe quanto vari glaciologi pensano, ossia che la fase di forte regresso, iniziata nel 1922, stia per terminare e una nuova fase di stasi e quindi di progresso stia per iniziare”.
In effetti i dati dell’osservatorio meteorologico del Gran San Bernardo mettono in evidenza che già dal 1954 si era instaurata una fase climatica caratterizzata da basse temperature e abbondante nevosità; per questi caratteri essa, dopo il termine della PEG, eccezion fatta per la brevissima fase 1935-1941, appare seconda solo al periodo 1905-1919 (cfr Tab. II).
Come sempre dopo l’inizio della fase climatica favorevole al glacialismo furono necessari sette o otto anni affinché il nuovo ghiaccio che si formava nei bacini di raccolta giungesse ad alimentare le fronti tanto da farle progredire: i ghiacciai del Monte Bianco entrarono in espansione fra il 1962 e ’63.
Durante questo periodo di progresso che durò ben 25 anni, fra i ghiacciai del Mont Fréty venne regolarmente monitorato solo il ghiacciaio di Toula che la scrivente, entrata dal 1961 nel ruolo di “operatrice”, aveva scelto come “ghiacciaio-maestro” secondo le direttive impartite dal Comitato Glaciologico Italiano.
Il circo del Toula, alla quota di 2650 m è attraversato orizzontalmente da una barra rocciosa che si presenta come una balza alta una trentina di metri. Essa emerge dalla copertura detritica della morena laterale sinistra e prosegue in direzione occidentale per una lunghezza di circa 220 metri aumentando di potenza fino a saldarsi alle vaste placche di rocce montonate sottostanti il settore destro del ghiacciaio. Costituisce sul terreno un’importante linea di riferimento che permette di seguire con precisione le variazioni frontali degli ultimi cinquant’anni.
Questo lungo gradino roccioso viene citato per la prima volta nella relazione della campagna 1956 dal prof. Capello che scrive: “La parte destra idrografica del ghiacciaio di Toula si è ritirata velocemente ed è sostenuta da un gradino roccioso alto qualche decina di metri mentre la parte sinistra si snoda con una lingua assai ristretta ed appiattita”.
Negli anni precedenti la lunga barra rocciosa doveva essere totalmente coperta dalla coltre glaciale. Infatti nella memoria di Vanni -Origlia- De Gemini pubblicata nel 1953, la fronte del Toula veniva quotata 2602: si doveva quindi trovare a valle del gradino. Invece nel Catasto dei ghiacciai Italiani che riporta la situazione dell’anno geo-fisico 1958, l’altimetria della fronte risulta esattamente la stessa della barra rocciosa: 2650 m s.l.m. (cfr Tabella I, rigo 7).
Nel 1960 il prof Capello pose un segnale in vernice rossa sulla sommità del gradino su uno spuntone che distava cinque metri dal settore destro del margine glaciale. Questo era costituito da una breve e sottile piattaforma di ghiaccio compatto che inglobava molto limo e molte sabbie. Era evidentemente ghiaccio vecchio. Tre anni dopo tale margine si trovava a 12 metri dal segnale dunque, in quel lasso di tempo il manto glaciale si era alquanto contratto scoprendo sempre di più il costolone roccioso che pareva sostenere l’apparato.
In quegli anni però sul ghiaccio vecchio stava scendendo una nuova massa che si presentava come un tormentato margine di alti seracchi che si spezzavano e crollavano premuti dal flusso proveniente dell’alto bacino. Si ripeteva dunque il fenomeno osservato da Revelli nel 1910.
Il lobo sinistro della fronte già nella campagna del 1962 aveva fatto registrare un allungamento di 10 metri nei confronti dell’anno precedente mentre invece sul settore destro si osservavano ancora segni di contrazione. Dopo il 1964 tutta la fronte entrò in rapida espansione. Nel 1966 la massa avanzante aveva raggiunto il segnale posto nel 1960 sull’orlo superiore del gradino roccioso e, affacciandosi alla sua soglia, dava luogo a frequenti e massicce cadute di ghiaccio, che a valle formavano ampi coni di rimpasto. Nel 1969 era già avvenuta la saldatura fra la massa superiore e la possente placca di ghiaccio rigenerato che era andata formandosi ai piedi del gradino roccioso. Nel 1970 la fronte, oltre ad essersi portata a valle della balza rocciosa lasciando scoperto soltanto il torrioncino ove erano stati posti i segnali del 1960 ormai irraggiungibili, si era anche considerevolmente allargata fino a raggiungere la larghezza di 350 m. Nel 1972 si notava un notevolissimo aumento volumetrico di tutto il ghiacciaio ma in particolare della fronte che per tutta la sua larghezza si presentava molto gonfia e rotta in numerosi e altissimi seracchi. Nel 1973, superata e inglobata la balza rocciosa , la fronte avanzava su un terreno poco inclinato coperto di vecchio detrito morenico. Si presentava a forma di alta falesia e sospingeva davanti a se il materiale detritico che si andava ordinando a mo’ di cordone frontale. Nel 1975, sul settore sinistro questo cordone aveva assunto una altezza superiore ai 20 metri e appariva costituito per la maggior parte dal materiale che la potente spinta della fronte scalzava dall’alveo.
Fra il 1960 e il 1975, benché gli ultimi anni non fossero stati climaticamente favorevoli al glacialismo, l’apparato di Toula aveva avuto una espansione lineare di circa 150 metri e ne aveva guadagnati più di 100 in larghezza.
Tale espansione venne documentata non soltanto dalle misura condotte sul terreno nel corso delle annuali campagne glaciologiche, ma anche dalle strisciate aereofotogrammetriche di un volo effettuato nell’ agosto del 1975.
Negli anni successivi, dagli aereofotogrammi di questo volo, venne tratta la cartografia tecnica della Regione A. Valle d’ Aosta. Inoltre essi furono la base su cui, per incarico della Regione Autonoma Valle d’Aosta e del Comitato Glaciologico Italiano, operò il geologo dott. Franco Secchieri per redarre Il Catasto dei ghiacciai e delle nevi perenni della Regione Valdostana, opera di grande valore documentario che purtroppo restò “letteratura grigia”.
I valori risultanti dalle due letture si discostano notevolmente fra loro. La prima deriva da una rielaborazione cartografica del prodotto del restitutore senza controllo diretto sul terreno, il che comporta sempre una certa erroneità; inoltre in essa i ghiacciai del Gigante e di Mont Fréty vengono considerati come un unico apparato.
La seconda proviene dalla lettura diretta delle foto aeree, metodo che dovrebbe dare risultati più fedeli alla realtà. Da quest’ultima sono tratti dati del rigo 16 e del rigo 24 della tabella I che, paragonati a quelli del 1958 ( rigo 15 e 23), mettono in luce un aumento lineare dell’apparato pari a 150 metri e a un ampliamento della sua superficie di 10 ettari.
Il Catasto Secchieri ci da notizie anche degli altri ghiacciai del Mont Fréty. Dal 1958 il Ghiacciaio di Entrèves risulta essersi allungato di 50 metri e di avere ampliato la sua superficie di 3 ettari. Il ghiacciaio del Colle del Gigante notevolmente gonfio, scaricava grandi quantità di ghiaccio sul sottostante ghiacciaio di Mont Fréty il quale, ricevendo un apporto assai più ricco che nel passato, si ampliò notevolmente: nel 1975 la sua superficie risulta di 5 ettari superiore a quella del 1958, il che corrisponde ad un aumento percentuale del 38% .
Dopo il 1975 l’espansione dei ghiacciai del Mont Fréty continuò per altri 14 anni. Toula continuò a guadagnare terreno in particolare nella zona centrale e in quella di sinistra idrografica. La fronte discese fino a quota 2590 ove sospinse il grande cordone morenico che la orlava ormai da diversi anni (cfr Tab I; rigo 9).
Al culmine dell’espansione l’apparato risultava circa 200 metri più lungo di quanto fosse stato nel 1960.


9) L’attuale fase di contrazione

Dal 1986 le temperature annuali presero a salire considerevolmente facendo registrare all’osservatorio del Gran San Bernardo medie annue di –0,4 °C, mai raggiunte nella lunga storia di quella stazione (cfr Tab II).
I ghiacciai risentirono in modo molto grave  di questo forte innalzamento termico. La campagna glaciologica del 1988 -condotta sul Toula dal prof Alberto Fusinaz che da allora ha sostituito la scrivente- mette in luce l’inversione di fase in quanto si riscontrava un lieve progresso del settore sinistro del ghiacciaio (+4 metri) e contemporaneamente un regresso di 12 metri sul settore destro.
Dal 1990 tutta la fronte del ghiacciaio di Toula è in rapida contrazione, soprattutto nel settore destro ove perde rapidamente terreno tanto in lunghezza quanto in larghezza. Nel 1992 ricomparve l’estremità del il gradino roccioso di quota 2650 che da ventitré anni era rimasto sommerso dalla coltre glaciale; nel 1997 gran parte della fronte si era ritirata sopra tale balza, alla distanza di più di un centinaio di metri dall’arco morenico frontale deposto fra il 1986 e il 1989, in una posizione molto vicina a quella occupata nel 1960.
In sette o otto anni, al ritmo di circa 15 – 20 metri all’anno, il ghiacciaio aveva perduto tutto il terreno che aveva guadagnato in più di venticinquennio di espansione!
Dal 1996 il prof. Fusinaz esegue quasi ogni anno un rilievo topografico della fronte del ghiacciaio di Toula dando così modo di seguire anche graficamente la grave fase di ritiro. Questo avviene con particolare intensità sul settore destro riducendo rapidamente l’ampiezza della fronte. La sua larghezza nel 1975 risultava di 350 metri, tanto dalle misure sul terreno quanto dall’aerofotogrammetria di quell’anno; nelle foto aeree del 1999 la larghezza della fronte appare ridotta a 196 metri!
Le misure ricavate dal volo 1999 mettono in luce una riduzione planimetrica e lineare veramente preoccupante: meno 287 metri di lunghezza dal 1975; meno il 25% dell’area di quello stesso anno. Sono valori notevolmente superiori a quelli registrati nel vicino ghiacciaio di Entreves (cfr Tab I; 10, 17, 25 ). Farebbero quindi pensare ad un certo eccesso nel calcolo
Tuttavia è certo che la tendenza che ha avuto inizio al principio degli anni ’90 è tutt’ora in atto e che da quattro secoli a questa parte i ghiacciai del Mont Fréty non avevano mai subito una contrazione tanto severa come quella attualmente in corso.

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Foto 1
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Tabella 1. Quote minime fronti, lunghezze e aree dei Ghiacciai di Mont Fréty dal 1820 al 2006 con relative variazioni dal dato precedente. (+) aumento; (-) diminuzione ); (?) dato mancante o inattendibile; (*) dato probabilmente in difetto. Tutti gli altri, attentamente controllati, sono da considerarsi sufficientemente attendibili anche se raccolti attraverso gli anni con strumenti e metodologie diverse
Tabella 1. Quote minime fronti, lunghezze e aree dei Ghiacciai di Mont Fréty dal 1820 al 2006 con relative variazioni dal dato precedente. (+) aumento; (-) diminuzione ); (?) dato mancante o inattendibile; (*) dato probabilmente in difetto. Tutti gli altri, attentamente controllati, sono da considerarsi sufficientemente attendibili anche se raccolti attraverso gli anni con strumenti e metodologie diverse

Foto 2
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Foto 8
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Tabella 2. Fasi climatiche e variazioni glaciali nel XIX e XX secolo osservatorio del Gran S. Bernardo (m 2446 s.l.m )
Tabella 2. Fasi climatiche e variazioni glaciali nel XIX e XX secolo osservatorio del Gran S. Bernardo (m 2446 s.l.m )

Foto 9
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Foto 15b
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Foto 19
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Foto 20
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Foto 21. Luglio 2006: foto da caposaldo –particolare- (Cabina di Regia dei Ghiacciai Valdostani –FMS-).
Foto 21. Luglio 2006: foto da caposaldo –particolare- (Cabina di Regia dei Ghiacciai Valdostani –FMS-).


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